"Noi a tavola con rom e anziani"
Scritto da Rita Querzé - Corriere della Sera Sabato 24 Dicembre 2011
La famiglia Selleri «divisa» per il pranzo ai bisognosi
MILANO — «Eh no, signor Raffaele, non avrà chiamato per dirmi che non vuole più raccontare la sua storia!». È sempre così quando si chiede a un volontario di metterci la faccia. Si schermiscono: «Ma cosa avrei io da dire di così interessante? Non voglio mettermi in mostra… Lasciamo perdere». Più facile intervistare un ladro, un truffatore, un poco di buono. È stata questa piccola provocazione a scuotere Raffaele Selleri: «Ah sì? E allora accetto la sfida. Ma alla fine vedrà che sarà lei a tirarsi indietro».
Il signor Selleri non lo sa, ma lui e la sua famiglia hanno molto di speciale. Intanto in una città composta da monadi come Milano — dove un nucleo su due è fatto da una persona soltanto — i Selleri sono una tribù. Raffaele ed Elena, 76 e 74 anni, entrambi architetti, hanno quattro figli e 14 nipoti. La loro casa è tutta un vociare, qualcuno strimpella sulla tastiera nella camera a fianco mentre il più piccolo, Antonio, tre anni, gioca a nascondino tra le gambe di fratelli e cugini. Il più grande, Leopoldo, di anni ne ha 17 ed è iscritto alla quarta liceo.
A Milano, zona Nord, dove vive la famiglia Selleri, gli stranieri non vanno di moda. Soprattutto da quando via Padova, un paio di anni fa, è stata messa a ferro e fuoco da una rissa tra bande di extracomunitari, qui gli immigrati non hanno vita facile. Figuriamoci i Rom.
Un pezzo della famiglia Selleri, invece, con gli zingari ci passerà il Natale. Benedetto, figlio di Raffaele, e la moglie Alessandra parteciperanno a un pranzo organizzato dalla comunità di Sant'Egidio con un gruppo di Rom e di profughi del Mali appena arrivati dalla Libia. Con sé porteranno anche i quattro figli: Pietro (17), Bianca Maria (12), Raffaele (13) e Francesco (6) e il nipote Nicola (11). Nelle stesse ore nonno Selleri e la moglie si riuniranno a tavola con gli anziani di una casa-famiglia fondata sempre dalla Sant'Egidio. Qui una badante e i ragazzi della comunità si alternano tutto l'anno per evitare che «i nonni» finiscano in casa di riposo.
Insomma, tre generazioni di volontari in un'unica famiglia. Decisi a passare il Natale in modo nuovo.
Quest'anno è la prima volta che i Selleri si mobilitano in modo così massiccio. «Il nostro Paese, la nostra società, ormai da anni sta vivendo un momento difficile. E di fronte a tutte queste preoccupazioni, abbiamo scelto di aprirci, senza farci sopraffare dalla paura», riflette nonna Elena. Anche questo — checché ne dica il signor Raffaele — ha davvero poco di «normale». Chi conosce le grandi associazioni che si occupano di poveri e senza fissa dimora sa che spesso ad avvicinarsi al volontariato «estremo», quello a contatto con i più deboli e gli ultimi, sono persone scosse dalla vita, spinte a confrontarsi con le difficoltà altrui da eventi traumatici: lutti, separazioni, solitudini e insoddisfazioni di vario tipo. Poi ci sono gli inquieti, a caccia di Senso con la S maiuscola: un significato per la propria vita in un'epoca orfana di ideologie. Più rara la tipologia della «famiglia serena». Quelli che potrebbero festeggiare a casa propria e godersi in santa pace la propria felicità.
Certo è che per la comunità di Sant'Egidio il contributo dei volontari come la famiglia Selleri è fondamentale. «Quest'anno abbiamo organizzato cinque pranzi di Natale in giro per Milano. In tutto metteremo a tavola un migliaio di persone. A dare una mano con regolarità siamo in 200. Altri 200 si sono messi a disposizione per l'occasione. Senza di loro non ce la faremmo», tira le somme Ulderico Maggi, rappresentante della comunità, già indaffarato nei preparativi.
Poi ci sono i ragazzi. Pietro, Biancamaria, Raffaele, Francesco, Nicola. Per loro, sì, dare una mano a chi ha bisogno il giorno di Natale è normale. E anche tutto il resto dell'anno. «Mamma, papà zii, lo fanno sempre. Che cosa c'è di strano?».
Rita Querzé
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